Ero appena nata quando Gianni Berengo Gardin pubblicava le sue prime fotografie veneziane, quindi come fotografo lui è partito avvantaggiato.

Per l’epoca, perché accostarsi alla fotografia nel primo dopoguerra dava molte più chances di successo che non vent’anni dopo; per dove viveva, a Venezia, mentre io sono nata in una casa di ringhiera di via Tortona, ma quando ancora qualcuno si vergognava a dirlo, era strada di fabbriche e di famiglie operaie e non location di charme.

Ora siamo diversamente anziani, lui vecchio per la verità, anche se sempre giovane dentro; e molto più diversamente famosi (io per niente: ci sarà un motivo).  

Quando ho cominciato ad appassionarmi alla fotografia, lui è stato da subito uno dei miei miti: era già uno dei grandi della fotografia italiana e del mondo.

Ho seguito il suo lavoro attraverso le pubblicazioni e le mostre, e l’ho amato sempre. Non potevo quindi non andare a Genova a vedere la nuova edizione della mostra “Gianni Berengo Gardin – Storie di un fotografo”, a Palazzo Ducale fino all’8 giugno.

Genova, il luogo delle sue origini (è nato a Santa Margherita nel 1930), ospita la sua ultima retrospettiva che è anche  un omaggio alla città dove ha spesso lavorato insieme a Renzo Piano.

E, come sempre, il grande vecchio ha saputo affascinarmi. Tra le tante foto, da lui stesso scelte insieme al critico fotografico Dennis Curti, la mostra presenta molti scatti inediti dedicati a Genova,  al suo porto, le sue navi, le sue gru, la sua gente.

E’ il fattore umano ciò che caratterizza da sempre la fotografia di Berengo.

Nei suoi paesaggi c’è sempre un uomo, una donna, un bambino, che anche se in piccolo, anche se in un angolo, danno vita forza e significato all’intera composizione. E’ la poesia della vita che anima le sue immagini, anche quelle di paesaggio.

Una coppia non più giovane all’inizio di una lunga strada in salita, fiancheggiata da cipressi, tipica del paesaggio toscano: quanti hanno ripreso quel paesaggio! Ma nella foto di Berengo, i due che iniziano la salita rimandano all’idea del matrimonio, all’avanzare dell’età, alle difficoltà che ci aspettano nel futuro.

La ragazza che corre, in mezzo al volo dei piccioni di piazza San Marco, è la vitalità che irrompe in un’immagine di patinata raffinatezza.

Il vecchietto che ballando palpa decisamente il sedere alla sua compagna di ballo, lo sberleffo della vita che si ribella all’avanzare della vecchiaia.

Il camallo del porto che stende le braccia per afferrare un gancio, l’icona di un Cristo dei lavoratori.

Perfino quando il fattore umano manca, per esempio nell’immagine delle barchette a vela che sfilano davanti agli enormi transatlantici da crociera, sono un discorso tutto umano: i piccoli scafi su cui i bambini fanno la prima scuola di vela ci ricordano la nostra piccolezza e condannano la superbia dell’uomo che vuole sfidare la natura e dominarla.

Forse il fotografo ha semplicemente visto una bella immagine, le barchette piccoline tutte in fila sullo sfondo degli enormi palazzi galleggianti ancorati in porto. Se è così, si dà qui, come in tante altre fotografie, il miracolo di un’immagine che cogliendo al volo un momento di grazia, trascende l’attimo dello scatto per assumere un nuovo valore, diverso e più profondo.

Non  mi stanco mai di guardare le fotografie di Berengo Gardin:  la serie dei baci, i riflessi, le foto milanesi, Venezia, l’Inghilterra, Parigi, gli interni, il lavoro, il reportage sugli zingari e il famoso giro d’Italia della vergogna, i manicomi prima della legge Basaglia.

Oltre 200 fotografie per dare un assaggio della produzione di tutta una vita.

Preziosa l’audioguida, con i commenti dello stesso autore, che spiega la genesi e il perché delle sue immagini.

 

Gianni Berengo Gardin. Storie di un fotografo.    Genova, Sottoportico di Palazzo Ducale. Fino all’8 giugno 2014.