La prima impressione è il silenzio.

Di solito il rumore di fondo entrando  in uno spazio espositivo affollato è il brusio dei commenti, chiacchiericcio, risate sommesse.  Qui invece colpisce il silenzio. In particolare per alcune mostre, allestite in spazi che sottolineano la drammaticità delle immagini con il loro essere, o essere stati, luoghi sacri e di preghiera, il silenzio degli osservatori è una presenza corposa, che aggiunge significato alle immagini. Immagini di violenza, di degrado. Racconti visivi di diritti negati e violati.

Il Festival della Fotografia etica, che la città di Lodi ospita per la sua quinta edizione, è diventato un appuntamento autunnale della fotografia sociale.

Il reportage di denuncia sociale è la forma più alta della comunicazione fotografica. Perché un conto è sapere che in alcuni paesi africani alle ragazze vengono inflitte terribili mutilazioni genitali, un altro è vedere le immagini di come ciò avviene (reportage di Meeri Koutaniemi). Un conto è sapere che in alcuni Paesi dell’Asia è abitudine diffusa sfigurare con l’acido una moglie poco accomodante o di cui ci si vuole liberare; ma altra cosa è vedere le foto di chi ha subito sulla propria pelle una tale permanente devastazione (fotografie di Ann-Christine Woehrl). Possiamo condannare lo sfruttamento delle popolazioni indigene in Brasile o lo sterminio degli Ixil del Guatemala; ma vedere le immagini delle madri che piangono sulla tomba dei figli (foto di Daniele Volpe), e la miseria di chi abita nelle campagne devastate dall’inquinamento o nelle baracche cadenti delle bidonville (Lamiere di Gianluca Uda) colpiscono nel profondo. Il Festival della fotografia etica affronta  questi argomenti, quest’anno con una sezione specifica sulla violenza contro le donne nel mondo.

L’immagine ci porta dentro quelle realtà e al tempo stesso le porta dentro la nostra coscienza. Per questo il silenzio sgomento, il silenzio rispettoso di chi guarda, affacciandosi da un’altra realtà, pur senza dimenticare che violenza e povertà esistono anche qui. Le immagini ci feriscono, colpiscono la nostra consapevolezza di cittadini evoluti e corretti, e non sappiamo bene come reagire. Lo sdegno, l’orrore mascherano l’impotenza. Viene voglia di ritrarsi: e infatti, all’uscita, tutti gli sguardi rivelano il sollievo di essere qui sotto il sole di questa domenica mattina nelle strade eleganti e antiche di Lodi, ci si guarda con partecipazione, accomunati dalla nostra buona coscienza civica (domani faremo forse una donazione a una di queste Ong), e poi via tutti a cercare un ristorante, un’enoteca con prodotti tipici, una pizzeria.  Le coppie di anziani, le signore eleganti, i giovani trasgressivi che sgranavano gli occhi insieme a noi,  li ritroviamo al tavolo accanto davanti a un piatto di pennette alla boscaiola. E’ la vita, naturalmente. Un sospiro di ringraziamento al  destino che ci ha fatto nascere qui e in questo tempo. Aspettando il prossimo autunno, il prossimo appuntamento con i reportage di questi coraggiosi fotografi e fotografe. Perché ci vuole coraggio, non solo per fotografare la guerra o andare in Afghanistan o in Etiopia, ma anche per guardare in faccia certe realtà.

Per quanto riguarda il discorso più strettamente fotografico, una (un’altra) personale considerazione:  dopo anni di frequentazione di mostre con reportage sociali, a volte trovo questo tipo di fotografia alquanto ripetitivo nello stile comunicativo. Ovviamente prevale di gran lunga il BN, soprattutto quello di impatto più aggressivo;  il colore è quasi sempre a dominante livida e con colori cupi. Comprendo che, dovendo affrontare certi temi, queste scelte siano una specie di necessità espressiva. Tuttavia ho accolto con sollievo e con favore le scelte diverse, che grazie a colori normali e scelte stilistiche talvolta innovative, instillano una luce di speranza  anche nei reportage più inquietanti; magari semplicemente perché più tradizionali nella forma (si dice che la tradizione sia la sola vera innovazione). Per esempio Beautiful Child,  il bellissimo reportage di Laerke Posselt sui concorsi di bellezza per bambine, diffusi negli States , di recente per fortuna proibiti in diversi Paesi Europei (giustamente inserito nella sezione tematica della violenza sulle donne). Oppure I just want to dunk di Jan Grarup, incentrato su una squadra femminile di basket che si allena in campi sportivi  fatiscenti, tra alte mura crivellate di pallottole e scortata da guardie armate di mitra, per proteggersi dagli attacchi degli integralisti islamici: una storia raccontata quasi con leggerezza.

Disperato e affilato come una lama invece il racconto Uncle Charlie di Marc Asnin, storia di una vita ai margini che ha impegnato l’autore per quasi 30 anni (purtroppo qualche perplessità  sulle didascalie). Da citare anche il reportage sulla gioventù del dopo –apartheid in Sud Africa di Krisanne Johnson; innovativo il modo di fotografare di Giada Connestari con il suo reportage per la Ong Oxfam sui rifugiati siriani in Libano.