Sebastiao Salgado è uno dei più grandi fotografi viventi. Io amo Mimmo Jodice, Elliott Erwitt, Steve Mc Curry, Berengo Gardin, Annie Leibovitz e tanti altri maestri della fotografia…ma la forza delle immagini di Salgado ha davvero una cifra unica. Sono quindi andata a vedere la sua ultima mostra, Genesi, che sta girando il mondo, dopo Roma, Londra, Venezia, Milano. E che mi ha lasciato, come forse molti altri suoi estimatori, un poco perplessa, non perché le foto non siano come sempre valide e potenti, ma per la diversità dei temi rispetto al suo percorso di fotografo e ai suoi lavori, dove l’uomo era sempre protagonista: l’uomo, il suo lavoro, le sue lotte, la violenza, l’eroismo, la guerra, la morte.

In Genesi protagonista è la natura, quella più incontaminata, non corrotta dalla pazzia dell’uomo, che ne è solo parte, come gli animali e le piante. Le immagini non perdono nulla della potenza visiva, del bianco/nero poderoso a cui Salgado ci ha abituato. Grandioso, ma non sempre all’altezza dei lavori che lo hanno preceduto, Salgado sembra volersi sminuire in una scelta paesaggista. Si sa che per un Fotografo con la maiuscola, il reportage sta al paesaggio come la saggistica al romanzo rosa. E in Genesi Salgado utilizza (oibò) perfino il colore! La domanda è: perché?

C’è voluto il film firmato da Wim Wenders e dal figlio di Salgado, José Ribeiro, per comprendere le motivazioni profonde di questo passaggio. Il film racconta la vita e la storia di Salgado attraverso i suoi progetti fotografici, che lo hanno portato, dagli anni 70 in poi, ad inseguire le vicende degli umani nei diversi continenti, in una specie di girone infernale che parte dal lavoro nelle miniere e dalle lotte dei senza terra in Sudamerica per arrivare alle guerre africane, alle carestie, ai genocidi, alla deportazione e alla morte per fame di migliaia di persone nei campi profughi della Somalia e del Rwanda. Di viaggio in viaggio, tra gli anni 80 e 90, le fotografie di Salgado si fanno sempre più feroci, perché il fotografo si cala sempre più profondamente nell’orrore e vuole farcelo conoscere, vuole documentarlo nella sua insostenibile crudezza. Ci mostra i bambini (e i loro genitori) morenti o morti per la fame nei campi profughi, mentre i viveri mandati dalla comunità internazionale vengono bloccati al confine dal governo; ci fa vedere i mucchi di cadaveri di innocenti rovesciati dalle ruspe nelle fosse comuni. Mentre scorrono le fotografie, nella sala buia del cinema la gente smette di respirare. Lo stesso fotografo racconta che doveva interrompere continuamente il lavoro perché sopraffatto dal pianto. Una discesa all’inferno che tocca il fondo con il genocidio ruandese, prima l’insensata violenza dei Tutsi sugli Hutu,  poi la vendetta di questi ultimi, in una guerra civile che ha provocato due milioni di morti tra uccisioni, deportazioni, fame e malattie, sotto gli occhi impotenti quando  non indifferenti dell’ONU. Dopo il Rwanda, Salgado non può più credere né nell’uomo né in Dio. E la guerra in Croazia, con gli stupri etnici, le file di automobili piene di occidentali in fuga dall’odio assassino di altri occidentali, che fino a quel momento si presumevano civili, colma la misura. Salgado non vuole più fotografare. Si ritira nella fattoria di famiglia, che la siccità e l’incuria avevano portato alla rovina, e insieme ai suoi cari si dedica ad un nuovo progetto, fare ricrescere la foresta originaria e riportare il “suo” mondo all’antico equilibrio: le piante, gli animali, l’acqua. Accudire le pianticelle, farle crescere con sollecitudine e amore, far rivivere le sua terra, è riprendere contatto con le cose buone dell’esistenza, è ritornare alla vita.

Parte da qui, con il sostegno importante della moglie e della famiglia, il nuovo corso della fotografia di Salgado, che ha infine ripreso a fotografare con un nuovo grande progetto, Genesi appunto, con il quale ha voluto rendere omaggio al mondo naturale, alle terre selvagge che ancora esistono sul pianeta. Un bellissimo, grandioso atto di speranza nella possibilità che la natura sopravviva agli assalti dell’uomo.