Ho letto questo interessantissimo articolo e voglio condividerlo con voi.

fonte: Fotografia – il nuovo cassetto

Henri Cartier-Bresson

Lo sbaglio che talvolta commette l’appassionato che non conosce approfonditamente la storia della fotografia è quello di giudicare la maggiore o minor grandezza di un fotografo soltanto attraverso i suoi scatti più noti.
E questa pagina, per come è strutturata, purtroppo contribuisce ad alimentare questo errore prospettico.

Ogni grande nome della fotografia è conosciuto dal vasto pubblico essenzialmente per aver realizzato, nella sua lunghissima carriera durata decenni, un limitato numero di fotografie formidabili, di grande impatto visivo.
Sono queste le fotografie più popolari, quelle che girano sempre per mostre, libri, retrospettive di ogni genere.

Cartier-Bresson è noto essenzialmente per un centinaio di fotografie, Elliott Erwitt per una ventina, René Burri e Robert Capa per una decina. Klein, Winogrand, Friedlander e altri per una manciata di scatti ciascuno, e così via.

Ma la storia di questi grandissimi interpreti della fotografia non si è esaurita in queste poche immagini. Cartier-Bresson, in una carriera da fotografo durata circa ottant’anni, non ha scattato solo un centinaio di fotografie. E questo vale anche gli altri.

Ciascuno di loro ha realizzato migliaia e migliaia e migliaia di fotografie visivamente “ordinarie”, né belle né brutte, esteticamente indifferenti, talvolta semplicemente non riuscite, o parzialmente riuscite, o poco significanti, o – in taluni casi – addirittura brutte.
E queste immagini non girano, non le conosce pressoché nessuno se non i pochi addetti ai lavori.
Esistono e restano negli archivi, perlopiù dimenticate.
Ma questo oblio impedisce di valutare con esattezza cosa sia veramente la vita di un fotografo.

E adesso va fatta una seconda considerazione.
Nessuno, guardando una fotografia “riuscita” di un grande fotografo, anche la più semplice, è autorizzato a dire “questa l’avrei fatta anch’io”.
Perché la fotografia “riuscita” del grande fotografo non è mai frutto del caso, non è il prodotto di un colpo di fortuna, ma è la punta di un iceberg formato da un corpus di immagini coerenti, omogenee, rigorosamente appartenenti alla poetica dell’autore. Una poetica espressa e perseguita con consapevolezza dal fotografo lungo tutto l’arco della sua carriera.

Se da una parte ciascun fotografo di fama conclamata è tale presso il grande pubblico degli appassionati solo per un limitato numero di scatti, questi scatti non sono altro che la risultante migliore di un lavoro portato avanti per anni con assoluta chiarezza di intenti.

Consultare ad esempio gli archivi di Cartier-Bresson è l’occasione per rivedere quante “brutte” fotografie, talvolta vuote, talvolta letteralmente sbagliate, abbia scattato il maestro.
Ma se anche ne avesse sbagliate 100.000, sono proprio quelle cento, perfette, assolute, che lo rendono così amato e popolare.
Mentre la sua vera dimensione e il suo vero valore andrebbero valutati all’interno di tutto ciò che è stato capace di esprimere nella sua complessità.
Anche nelle fotografie che prese singolarmente potrebbero risultare insignificanti.

E questo discorso vale per tutti: per Erwitt, per Capa, per Burri, per Smith, per Klein, per tutti.

E’ una riflessione che dovremmo sempre tenere a mente.
Anche noi, fotografi professionisti o semplici fotoamatori, non dovremmo mai farci prendere dall’ansia dello scatto “perfetto” ad ogni fotografia che facciamo.
Se Cartier-Bresson ne ha realizzati 100 in ottant’anni, potremmo accontentarci anche noi di tirar fuori una buona fotografia all’anno, all’interno di una ricerca fotografica precisa e definita nei suoi intenti. E già saremmo dei bravi fotografi.

Foto: Henri Cartier-Bresson – Natale dei Vigili Urbani, Roma 1951
(Era una tradizione italiana che si è persa quella di regalare ai vigili urbani nelle grandi città panettoni e dolciumi alla vigilia di Natale).