Cultura e storia della fotografia nella conferenza tenuta per il Circolo giovedì 15 aprile da Gaia Marangon, organizzatrice di eventi, esperta di arte e fotografa indipendente, nonché socia del Circolo. Argomento, il fotografo Ugo Mulas, uno dei più significativi esponenti del mondo artistico del dopoguerra.

Sardo di nascita e milanese di adozione, Mulas si appassiona al mondo dell’arte che negli anni del boom economico seguito alla ricostruzione postbellica vive un periodo di innovazione e di fermento. Si immerge nella cultura artistica del suo tempo e la interpreta in modo personale e profondo. Dissente dalla vecchia interpretazione della fotografia alla Bresson, intesa come cattura dell’istante fuggevole, interpretandola invece come rappresentazione del mondo personale del fotografo e della realtà in cui vive. Fin dagli inizi, lavorando come redattore di didascalie per un’agenzia fotografica, si trova a riflettere sul senso di ogni scatto. Questo lavoro di analisi continuerà ad approfondirsi, e lo porterà a seguire il percorso delle avanguardie artistiche di quegli anni, caratterizzando la sua produzione fotografica in senso concettuale. Dal ‘54 inizia a documentare fotograficamente gli allestimenti della Biennale di Venezia, allacciando amicizie e relazioni con i più importanti artisti della seconda metà del Novecento. La sua fotografia si cimenta quindi con un’arte densa di significati, dissacrante e dirompente. Per cercare di rappresentarla e di farla comprendere, Mulas decide di concentrarsi sul processo creativo dell’opera artistica, riuscendo ad entrare con la macchina fotografica nel profondo della creazione artistica e riuscendo ad esprimere il concetto, il pensiero da cui scaturisce.

Nel 1962 al Festival dei due Mondi di Spoleto, fotografando gli allestimenti della mostra “Sculture nella città”, Mulas si consacra come fotografo degli esponenti più importanti del panorama artistico italiano e internazionale. Sono di quegli anni gli scatti di Calder con le sue sculture aeree, i ritratti di Giacometti e le sue figure filiformi, l’espressionismo astratto di David Smith. Con questi lavori Mulas riesce nel difficile intento di realizzare una “fotografia concettuale di opere concettuali”. Nella Biennale veneziana di quell’anno, Mulas scopre la pop art e documenta il lavoro di tanti artisti, da Marcel Duchamp a Robert Rauschenberg e Jasper Johns, dal surrealismo all’arte concettuale, dai “tagli” di Lucio Fontana alle complesse iconografie di Michelangelo Pistoletto. Dopo aver lavorato anche nel campo della moda (famosa la sua collaborazione con Mila Schon) e nella fotografia di teatro, con Strehler per alcuni spettacoli di Bertold Brecht, si dedica per passione personale ad illustrare le poesie di “Ossi di seppia” di Montale, poeta che ammira in modo particolare, e di cui riesce a rappresentare le parole con rarefatte immagini.

Negli ultimi anni della sua breve vita, gravemente malato, Mulas si dedica a ripercorrere i suoi vent’anni di attività con un’analisi essenziale del pensiero che sottende a tutto il suo lavoro di fotografo, e lo fa con il progetto delle “Verifiche”: 12 realizzazioni fotografiche concettuali (dovevano essere 14 ma due non verranno mai realizzate) in cui l’autore rappresenta altrettante riflessioni sui diversi aspetti fondanti del mezzo fotografico e del suo linguaggio, dedicandoli ad altrettanti esponenti del mondo dell’arte e della fotografia, dalla prima foto di Niépce, “Vista dalla finestra di Gras”, all’”Autoritratto con Nini”, la moglie, in cui l’immagine del fotografo è sfocata, come se gli fosse impossibile definire se stesso o come se si sentisse già scivolare nell’assenza che di lì a poco lo avrebbe catturato. Un lavoro di alto spessore e profondità che indica a chiunque voglia operare nell’ambito della fotografia come la cosa più importante sia la riflessione, il “pensiero” che deve esserci dietro ad ogni scatto.

Leonarda Viretti